C’era una volta un uomo, molto furbo e scaltro, il quale fu capace di costruire un piccolo impero, sfruttando le debolezze e le paure della sua gente.
Di lui si narra che fu magnanimo coi suoi cortigiani, dei quali si assicurò l’eterna fedeltà offrendo loro un pasto ed un posto sicuri, spesso per tutta l’esistenza.
Molti altri, forse in numero anche maggiore, gli stettero vicino e lo sostennero nelle sue battaglie contro i nemici, sperando un giorno di poter entrare a far parte della corte.
Non sempre dalle guerre tornò vincitore, ma le sue gesta furono raccontate con tale enfasi dai suoi adepti da trasformarsi presto in leggenda.
E la leggenda del “Sempre Vincitore” finì col convincere tutti, sostituendosi alla verità dei fatti.
Così, le sconfitte nelle Due Guerre delle Termo-Pili furono presto dimenticate. E così la batosta nella Battaglia della Carta. Passò in secondo piano l’umiliazione dell’Insurrezione dei Gatti Soriani, mentre l’uomo furbo e scaltro, diventato Re, sempre più potente, fece sfoggio di sé nelle vittorie riportate nella Rivoluzione anti-Soriana e nella Disfida del Riscossore.
L’eco delle vittorie (vere o presunte) arrivò fino alle orecchie degli altri Re, Principi, Conti e Marchesi, i quali, forse impauriti dalla potenza del nemico, finirono con il credere che prostrarsi ai suoi piedi fosse l’unica scelta possibile.
Per anni, nessuno tentò più di opporsi al furbo Re, credendo di non poter competere con il “Sempre Vincitore”. Fino a quando, prima sottovoce, poi sempre più insistentemente, la verità venne a galla e le sconfitte del Re furono sulla bocca di tutti i suoi sudditi.
E fu allora che i suoi eterni e impauriti alleati, a cui forse la verità aprì gli occhi, si risvegliarono dal torpore e fecero quello che non avevano mai avuto il coraggio di realizzare.
Si ribellarono al “Sempre Vincitore” e al grido di “Il Re ha perso” incrociarono le armi e gettarono il cuore oltre l’ostacolo con un’audacia e un coraggio che forse credevano di aver perduto, dimostrandosi, finalmente, uomini liberi.
Attenzione: post molto lungo
Si tratta delle mie riflessioni politico-programmatiche, frutto di diversi anni di analisi, per cambiare in senso liberale la vita di una cittadina, per quanto competa ad un Comune (in questo caso, quello dove sono nato e risiedo) e considerando che gran parte delle riforme dovrebbero partire dallo Stato centrale.
Pierluigi Carta, Paolo Fogu, Roberto Frongia. Sono i nomi, in ordine da sinistra a destra, dei probabili candidati alla carica di sindaco di Iglesias alle elezioni comunali prossime venture, da tempo sulla bocca di tutti i miei concittadini.
Stando alla volontà del Governo, tendente ad accorpare Regionali e Amministrative, si dovrebbe andare alle urne nelle giornate del 28 e 29 Marzo 2010.
Tra poco più di 5 mesi, dunque. A meno che la Regione Autonoma della Sardegna non decida di posticipare di un paio di mesi il voto amministrativo nell’Isola.
La scelta di candidati, alleanze, liste, come si sa, sarà frutto di accordi politici, che in questa riflessione non mi interessa né mi compete analizzare. Ciò che mi preme affermare, infatti, è un’idea, forse romantica, forse ingenua, di “politica” e di buona amministrazione, che sappia andare al di là del nome di un candidato sindaco. Esprimo, naturalmente, la mia personale, politica, ideale, vicinanza a Roberto Frongia ed uno schieramento di centrodestra imperniato sul PDL, sui Riformatori Sardi e sulle liste civiche di supporto. Ma desidero andare oltre.
La città in cui sono nato e nella quale vivo e risiedo con piacere, rappresenta un esempio paradigmatico di quelli che ritengo siano i mali dell’Italia. O se non altro, di quella metà del Paese che chiamiamo Meridione: elevata disoccupazione, soprattutto tra i giovani, alti tassi di emigrazione, tendenza allo spopolamento.
Ma anche cultura dell’assistenzialismo, priorità al voto di scambio, miraggio del posto pubblico a tempo indeterminato.
Le due cose, come spesso accade, sono intimamente legate. Nel senso che i mali della disoccupazione e dell’emigrazione sono dovuti a quella mentalità assistenzialista tramandata di padre (e madre) in figlio, a quel tentativo di salire sul carro del vincitore politico per ottenere l’agognato “posto di lavoro”, a quella tara mentale che porta ad identificare nel politico l’unica ancora di salvezza. Senza considerare che nel Paese dei balocchi i posti sono comunque limitati e che non tutti i cavalli arriveranno al traguardo.
Una società fondata su questi principii è destinata a soccombere, in un sistema inevitabilmente basato sulla concorrenza, sulla specializzazione e sulla capacità di intercettare i bisogni degli individui di tutto il mondo.
L’idea che Iglesias, il Sulcis,
Continuare a piangerci addosso, elemosinando prebende alla Regione, al Governo, all’Unione Europea, non ci renderà né più benestanti né più felici. E soprattutto non aiuterà le famiglie a superare i problemi economici, né riporterà gli emigrati in città.
La politica del “più spendiamo meglio è” non ha prodotto alcun risultato. Sono decenni che si va avanti sulla stessa strada, ma non mi sembra che sia cambiato qualcosa.
La storia dei sistemi economici, da secoli e in tutto il pianeta, ha dimostrato come le forze sane della società siano quelle cosiddette “di mercato”: è l’impresa privata che crea occupazione, non il Comune o
Su questa semplice presa di coscienza dovrebbe basarsi un serio programma amministrativo, per riformare da cima a fondo sia la macchina della burocrazia comunale, sia il sistema degli interventi sul territorio.
Voglio fare esempi concreti, per contribuire nella maniera più schietta e tangibile alla soluzione dei problemi.
Prendiamo la pianificazione urbanistica. Già il nome “pianificazione” evoca sinistre analogie con l’Unione Sovietica, il cui sistema economico era appunto basato sui “piani” di intervento del potere pubblico. I Puc, effettivamente, sono strumenti attraverso i quali la politica controlla l’economia edilizia e immobiliare di un territorio, individuando a tavolino le aree edificabili, quelle turistiche, quelle vincolate. Inutile ricordare che le scelte effettuate ovunque mirino più a premiare amici e clientes che a progettare uno sviluppo urbanistico basato su criteri architettonici, ambientali o economici. Trasformare un terreno agricolo in edificabile, infatti, rappresenta un grande affare per chi ne beneficia. Ma non è solo questo il punto. A parte l’aspetto “speculativo”, infatti, ci si dovrebbe chiedere se abbia senso ipotecare il futuro abitativo di migliaia di persone, obbligandole a costruire in determinati contesti piuttosto che in altri, determinando sempre a tavolino chi abbia il diritto di vivere nel proprio terreno e chi no, quali terreni privati (e sottolineo privati) debbano essere rivalutati e quali no. Insomma, per farla breve, il Piano Urbanistico Comunale è il regno dell’arbitrio politico. Iglesias ne è priva? Meglio così, si eviti di farne uno. Ci sono le norme quadro nazionali e regionali, che identificano vincoli di tipo ambientale e architettonico sulle nuove costruzioni. Si utilizzino quelle, senza cedere alla tentazione del potere fine a se stesso.
Decisamente affine alla pianificazione territoriale è il tema del patrimonio immobiliare pubblico. Il Comune è proprietario di edifici, stabili, appartamenti, uffici, terreni. Non conosco le cifre riguardanti Iglesias, ma statisticamente presumo non si discostino granchè dalla media dei Comuni italiani. Spesso rappresentano una ricchezza bloccata e non utilizzata. Ancora più frequentemente si tratta di edifici semi-abbandonati o fatiscenti, di cui l’amministrazione comunale non usufruisce nemmeno. Salvo poi spendere cifre consistenti per l’affitto di locali da adibire a uffici pubblici o para-pubblici, o per la costruzione ex-novo di interi edifici al posto di ristrutturare quelli esistenti. Ha senso tutto ciò? Non sarebbe preferibile mettere all’asta quella parte di patrimonio inutilizzata, ricavando somme da investire in maniera più proficua, superando nel contempo le ristrettezze di cassa e bilancio, delle quali ci si lamenta in occasione delle Finanziarie regionali e nazionali? La risposta non può che essere positiva. Un serio piano di dismissioni del patrimonio immobiliare è certamente tra le priorità di un’efficace azione amministrativa.
Ma il Comune possiede anche attività economiche: pensiamo ai chioschi bar recentemente affidati in gestione, ai siti minerari ristrutturati, all’ostello della gioventù. Oltre ad essere imprenditore, però, il Comune è anche possidente/latifondista e detiene, ad esempio, ettari di territorio adibito a sughereta. Si tratta di beni che, più o meno, portano denaro nelle casse dell’amministrazione, se non consideriamo le spese per la costruzione e/o per l’avviamento delle attività, spesso non remunerate. In teoria, quindi, tutto bene. Il problema, a ben vedere, riguarda la concorrenza sleale svolta dal Comune nei confronti delle aziende private che operano negli stessi settori. Il barista che spende 1500 euro al mese di affitto per un locale commerciale soffrirà la concorrenza di un suo collega che paga al Comune un affitto di 500 euro mensili, per un locale super attrezzato e nuovo di zecca. Così come il possessore di un terreno agricolo non sceglierà mai di piantare querce da sughero, sapendo che il Comune detiene una sorta di monopolio nella gestione di quella risorsa. Gli esempi potrebbero continuare a lungo, per dimostrare che non ha alcun senso che il Comune rimanga proprietario di attività economiche o di edifici da affittare ai privati (svolgendo un ruolo improprio da immobiliarista). Ancora una volta, può essere utile ricordare che la logica politica non segue le leggi della libera iniziativa privata. Tutt’al più ne scimmiotta il funzionamento, producendo danni seri nel medio-lungo periodo. Per farla breve, un programma amministrativo all’avanguardia deve prevedere la privatizzazione di questo genere di attività.
Il principio della libera iniziativa economica privata vale per tutti i settori in cui l’amministrazione comunale insiste a mantenere monopoli o quantomeno posizioni dominanti. Le bellezze archeologiche, artistiche e storiche del territorio comunale sono una risorsa e come tale vanno trattate. Società, cooperative, imprese turistico/museali, devono essere messe in condizione di poter operare sul mercato dell’intrattenimento e della fruizione dei luoghi e dei saperi caratteristici. Un esempio concreto? Castello, Mura pisane, Chiese storiche, devono essere affidate ad una o più società (la concorrenza è sempre auspicabile) per visite guidate e iniziative di vario genere. I turisti hanno piacere di essere guidati da personale qualificato e determinato, alla scoperta del territorio in cui hanno scelto di trascorrere le vacanze. Discorso identico per l’altro pilastro della storia iglesiente: le miniere. Escursioni, visite, mostre: tutto può essere utile al raggiungimento del risultato. E il metodo più efficiente per arrivare alla meta è sempre l’affidamento delle strutture agli imprenditori del settore. O meglio, ai migliori offerenti, che di conseguenza saranno i più interessati a portare avanti i progetti in maniera intelligente e lungimirante. Con criteri economici e non politici.
Gestione privata, quando non sia possibile o fattibile la cessione, è la soluzione anche per gli impianti sportivi, quali campi di calcio, palestre, palazzetti. Le società e le associazioni sportive devono essere spinte a consorziarsi per affrontare le spese necessarie per manutenzioni e miglioramenti, per poi incassare dalla gestione economica delle stesse strutture nei confronti degli utenti privati. Il modello, nel piccolo, sono gli stadi inglesi, ma non solo, visto che ormai dappertutto si tende a prendere spunto dai britannici per la gestione degli spazi della pratica sportiva. Chi ha interesse diretto, e quindi anche economico, saprà gestire una struttura meglio di qualunque autorità centrale. Questo semplice principio vale praticamente sempre.
Se un ruolo può essere riconosciuto al “buon amministratore pubblico”, questo è lo stimolo. Stimolare gli imprenditori e gli investitori verso progetti di largo respiro. Anni fa si parlava della Disneyland mineraria, troppo spesso con toni e accenti di scherno. L’idea può essere rivalutata, al termine di un processo di bonifiche che dipende dalla Regione e dal Governo centrale, in passato responsabili dell’inquinamento con le società controllate, ed ora chiamate ad intervenire per ripristinare condizioni di sicurezza. Ma a questo genere di iniziative si deve tendere, purchè non si cada ancora negli errori del passato: niente fondi pubblici e niente intermediazione politica. Il sindaco,
Il tema del benessere economico, d’altronde, è decisamente prioritario per tutti, figurarsi per chi vive in una realtà considerata depressa come il Sulcis-Iglesiente. Lo sviluppo, inteso come “crescita della torta” del reddito disponibile, dipende dalla capacità di attrarre investimenti e dalla propensione al rischio imprenditoriale degli agenti economici. L’Italia, da questo punto di vista, sconta ritardi strutturali, a causa di una tassazione eccessivamente punitiva e di un sistema di incentivazione obsoleto e anti-meritocratico.
Come coniugare il taglio delle tasse, a cui si accompagna, nel sistema federalista, una riduzione dei trasferimenti diretti da Regione e Governo, con le politiche di bilancio? Ovvero, con la spesa? Chi scrive, crede fermamente nella necessità di ridurre la spesa pubblica. Si parla, spesso a sproposito, di aumento del debito pubblico, di deficit delle amministrazioni locali “corrotte”, ma poi non si fa nulla per invertire la rotta. I bilanci dei Comuni sono inflazionati di spese correnti e di debiti su mutui e prestiti accesi nel passato. Nel primo caso, un’amministrazione lungimirante, consapevole della necessità di liberare risorse, lasciandole nelle tasche dei legittimi proprietari, dovrà tagliare compensi, emolumenti e gettoni di presenza ai rappresentanti “politici”: consiglieri comunali e assessori, certo, ma anche, se non soprattutto, consulenti, consiglieri di amministrazione, pseudogestori di pseudoenti. Per poi sforbiciare tutta quella serie di spese di rappresentanza e di costi non legati all’effettivo funzionamento della macchina amministrativa. Che, alla fine dei conti, dovrà comunque essere messa a dieta. Anche sul numero e sulle attribuzioni dei dipendenti comunali. Sul secondo aspetto, quello della restituzione dei prestiti, si potrà fare poco, se non evitare assolutamente di ricorrervi ancora. Dal lato delle entrate, il minor gettito iniziale potrà essere corretto dagli introiti delle privatizzazioni e della vendita del patrimonio immobiliare.
Già immagino gli strali sulla macelleria sociale e sui tagli ai servizi di “base”, che sempre si accompagnano alle proposte di riduzione della spesa degli enti pubblici. La realtà è molto differente. Le amministrazioni destinano una cifra irrisoria alle politiche sociali vere e proprie. Mi riferisco all’aiuto concreto per coloro che, nonostante tutto, non riescono a racimolare il reddito necessario per mettere insieme il pranzo con la cena. Al netto delle elemosine ai furbetti scansafatiche, purtroppo sempre molto numerosi nelle file davanti alla porta dell’assessore competente. Gli aiuti agli indigenti, insomma, sono sacrosanti, in un sistema che destina oltre la metà del reddito prodotto dai cittadini a Stato/Regioni/Province/Comuni, così come gli interventi a favore di portatori di handicap gravi, orfani e persone realmente impossibilitate a lavorare. Purchè ci sia un controllo più accurato e una gestione trasparente. Ma non possiamo continuare a considerare politiche sociali i convegni sull’immigrazione o quelli sulla storia del piffero antico delle valli della Maurreddinia….
Lo stesso metro di giudizio può essere utilizzato per analizzare la vicenda dei contributi distribuiti dal Comune alle associazioni. Tutti sanno che una percentuale non indifferente di questi gruppi nasce al solo scopo di usufruire si queste prebende. Ma nessuno, alla fine della fiera, fa nulla per cambiare il sistema. Che va assolutamente rivoluzionato, per rispondere alle esigenze degli organizzatori seri e per evitare che un fiume di risorse pubbliche vada solennemente sprecato. Attualmente, infatti, le associazioni culturali, sportive, di volontariato, ricevono contributi a piè di lista e/o sponsorizzazioni/patrocini e/o rimborsi, sulla base della discrezionalità assoluta di chi amministra la città. Sindaci e assessori, insomma, distribuiscono il denaro a coloro che reputano meritevoli. Inutile, ancora una volta, mettere l’accento sul carattere clientelare della cosa. Da qui l’esigenza di riformare radicalmente il sistema. Le associazioni facciano quel che devono, cioè organizzino le attività, si autofinanzino, cerchino sponsor privati e donazioni. Certificando il tutto con documenti “contabili”. Il Comune permetta poi alle aziende che hanno sponsorizzato, alle persone fisiche che hanno contribuito, di detrarre tale “costo” dall’imposizione comunale. In questo modo, gli imprenditori ed i privati cittadini avranno l’incentivo a partecipare attivamente al finanziamento delle loro manifestazioni preferite. E le associazioni serie non dovranno temere la concorrenza sleale di chi vive di elargizioni della politica, senza essere realmente capace di creare nulla di duraturo ed apprezzabile.
Esiste poi un corposo capitolo legato alle cosiddette riforme a costo zero, utili a migliorare la vita quotidiana dei residenti o semplicemente a rendere più efficiente il funzionamento di alcuni servizi. Partiamo dalla raccolta e dal riciclo dei rifiuti solidi urbani. La città di Iglesias è decisamente indietro rispetto agli standard nazionali e regionali, con un sistema ancora “misto”: nel centro storico si fa il porta a porta, mentre nel resto della città si differenzia pochissimo, con i cassonetti classici, quelli onnicomprensivi, ancora a disposizione di tutti e quelli per la differenziata scarsamente numerosi e ancor meno utilizzati. Un allargamento del sistema che ha dimostrato di funzionare meglio, producendo maggiore differenziazione dei rifiuti e quindi maggior recupero dei materiali e minor stoccaggio in discarica, è doveroso. Ma senza ricadere negli errori di numerose amministrazioni locali, che ad un risultato migliore in termini di raccolta hanno accompagnato un inasprimento delle tariffe. La logica suggerisce invece che dovrebbe accadere il contrario, dato l’abbassamento dei costi di discarica e l’arricchimento delle imprese fornitrici del servizio grazie alla vendita dei rifiuti differenziati, vera e propria materia prima di altri stabilimenti. Nel rispetto della normativa attuale, infatti, sarebbe il caso di studiare un sistema capace di “rendere” economicamente vantaggiosa la vendita del rifiuto ad aziende concorrenti. Al migliore offerente, insomma, che poi lo rivende o lo ricicla direttamente. E
Nell’attesa della agognata liberalizzazione dei servizi pubblici, richiesta a gran voce dalle istituzioni europee e promessa in ogni campagna elettorale che si rispetti (salvo poi vederla puntualmente inattesa), il Comune dovrebbe procedere all’apertura al mercato di quei servizi per i quali la legge non prevede l’obbligo di erogazione pubblica. Ad esempio, si deve evitare la creazione di nuovi carrozzoni para-comunali quale le società in-house. La cura del verde pubblico, i servizi di guardiania, ma anche la fornitura di “servizi burocratici” (spesso abbastanza inutili…) potrebbero essere affidati a imprese private. A cui invece si preferisce fare concorrenza, sprecando una marea di soldi pubblici. Credo sia inutile far notare quanto denaro sarebbe risparmiato e quanti soldi, di conseguenza, resterebbero nelle tasche dei legittimi proprietari.
Tra le riforme senza stanziamenti in denaro, si possono annoverare anche quelle del traffico e della viabilità. Uno dei problemi principali di Iglesias è la carenza di aree adibite a parcheggio. Se l’amministrazione comunale evitasse di avocare a sé una sorta di monopolio sugli spazi a pagamento, si potrebbe pensare ad una concorrenza tra fornitori di parcheggi, in aree private e dedicate. Un cittadino potrebbe così mettere a disposizione un proprio terreno, renderlo adatto ad ospitare un parcheggio così come prevede la legge e ricavarne un introito, che dopo aver investito è il minimo che si possa aspettare. Il Comune, invece, dovrebbe pensare agli spazi pubblici a parcheggio libero, senza fare l’esattore o l’imprenditore monopolista.
In conclusione, le proposte fin qui analizzate mirano al raggiungimento di una duplice serie di obiettivi: da un lato, ridurre il peso insostenibile del sistema pubblico, finanziato con i risparmi dei contribuenti. Dall'altro, creare opportunità di lavoro e di guadagno per tutti coloro che dimostreranno di averne le capacità.
Liberare risorse per fare in modo che l'occupazione e la ricchezza non siano più nelle mani di politici più o meno illuminati, ma possano essere alla portata di tutti. Perfino di chi non possiede padrini.
Ha scatenato roventi polemiche, com’era prevedibile, la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul crocifisso nei luoghi di proprietà pubblica. Una consuetudine non solo italiana, a dire il vero, che affonda le sue radici nell’influenza e nel potere della Chiesa, piuttosto che della religione cristiana in senso stretto, sulla vita e sulla formazione anche culturale dei cittadini.
La Chiesa cattolica si è occupata per secoli dell’educazione (con i collegi religiosi), della giustizia (con i tribunali religiosi), della cura dei malati e dei sofferenti (con i ricoveri e gli ospedali), della morte e della sepoltura (con i cimiteri). Senza dimenticare la produzione di alcuni servizi che ora chiameremo pubblici, come l’anagrafe e lo stato civile (matrimoni, nascite, morti), e diverse altre funzioni. Da qui l’origine storica della presenza del crocifisso, ancora oggi, in quei luoghi.
Ammetto subito di essere d’accordo con lo spirito e le motivazioni della sentenza: uno Stato laico non può operare disparità di trattamento fra le diverse religioni. Negli uffici e nelle strutture dello Stato non si può accettare la presenza di un solo simbolo religioso, a discapito di tutti gli altri, E poiché confessioni religiose ne esistono a centinaia, e non sarebbe quindi possibile ospitarne tutti i simboli sulle pareti delle aule scolastiche o dei tribunali, la soluzione è semplice. Via tutto. Lo Stato non può prendere le parti di alcuni cittadini a scapito di altri.
Una volta affermato questo semplice ma fondamentale principio, è doveroso sfatare alcuni miti e luoghi comuni che circolano sulla rete, in tv e nelle discussioni faccia a faccia.
Il crocifisso rappresenta Gesù di Nazareth morto sulla croce, secondo quanto riportano le scritture, fonte di verità per chi crede, ma non certo libri di storia. È, quindi, un simbolo prettamente religioso, l’emblema del Cristianesimo. Non, come si prova ad affermare, un simbolo dell’Italia o dell’italianità, né della storia e della cultura condivisa di tutto il Paese. È un simbolo di parte, invece, che accomuna quella fetta, forse maggioritaria (soprattutto in passato) forse no, di italiani che sono devoti al Dio cristiano.
Non ha alcuna valenza, invece, per chi professa altri “credo”: in Italia, infatti, vi sono musulmani italiani, ebrei italiani, buddisti italiani, scientologisti italiani, testimoni di geova italiani, satanisti italiani. Ma soprattutto tantissimi atei italiani e agnostici italiani.
La legge, per definizione, non può discriminare i cittadini italiani sulla base dell’appartenenza religiosa. Non può interferire nella scelta, totalmente individuale, e soprattutto non può “scendere in campo”, adottando come propria una delle religioni. E infatti in Italia non esiste una norma che imponga il crocifisso nelle aule scolastiche, giudiziarie, ospedaliere. La sentenza europea, dunque, non fa che riaffermare questo semplice principio di neutralità, che uno Stato laico, in una democrazia liberale matura, non può permettersi di violare.
Ho parlato di consuetudine, all’inizio del post. Siamo stati abituati a vedere crocifissi dappertutto e la cosa non ha mai infastidito nessuno, al pari di tutto ciò che prende come “dato”. Ciò non significa, però, che al termine di un ragionamento coerente si possa anche prendere coscienza di un errore. Chi parla di “tradizione” assegnando a questo termine una valenza immodificabile, dimentica che tutto cambia col tempo e che l’essere umano ha inventato gran parte di ciò che conosciamo e che diamo per scontato, sfidando la tradizione e la consuetudine.
Abbiamo letto e udito altre considerazioni sul tema. Ad esempio, che la sentenza della CEDU aprirebbe le porte all’invasione islamica (senza nemmeno considerare che i ricorrenti erano italiani atei, e non musulmani). Chi scrive la pensa in larga misura come l’Oriana Fallaci post 11 Settembre. Temo anche io, infatti, che nei Paesi e nei popoli musulmani alberghi una (nemmeno celata) tentazione di conquista, di dominio, di conversione forzata, di attacco all’Occidente. Ciò che non condivido dell’analisi Fallaciana è l’antidoto. Non è con una cristianizzazione accelerata che respingeremo l’ipotetico assalto. Chi odia la nostra civiltà non detesta il crocifisso, ma la laicità delle nostre istituzioni e del nostro stile di vita.
Il fondamentalismo religioso trova un freno laddove le istituzioni pubbliche riconoscono a tutti il medesimo trattamento. La sentenza “anti-crocifisso” è un bene anche da questo punto di vista, perché non lascia spiragli ad eventuali rivendicazioni di identico tenore da parte musulmana.
Alcuni hanno parlato anche di tradizione derivante dalla volontà della maggioranza. Se l’Italia è a prevalenza cristiana, si dice, gli altri si devono adeguare. Tralasciando le considerazioni di filosofia politica, che mi porterebbero a discutere di democrazia come dittatura della maggioranza, mi viene da rispondere che se tra 50 anni l’Italia dovesse essere a prevalenza islamica, sarebbero i cristiani a doversi adeguare. Non ricordo, peraltro, di essere stato chiamato a votare sul tema, né con un referendum statale, né con un sondaggio effettuato prima di entrare in classe o in Tribunale. Ricordo, invece, che sui temi a “sensibilità cristiana” (v. aborto e divorzio) gli italiani non dimostrarono di essere particolarmente attenti alle “tradizioni” o alle sacre scritture…..
La soluzione, alla fine dei conti, non ha neppure grandi controindicazioni. Ognuno potrà continuare a professare liberamente e pubblicamente la propria religione, anche esibendone i simboli (e ci mancherebbe altro). Semplicemente, non potrà pretendere che lo Stato si faccia carico delle sue scelte, imponendole surrettiziamente a tutti gli altri.
E se la cultura e l’identità italiana ne risultassero in qualche maniera indebolite, nelle aule, nei tribunali, negli ospedali e negli uffici pubblici si esponga l’unico simbolo che realmente unisce e identifica tutti i cittadini italiani: il tricolore.
Ragazzi, non è che non abbia voglia di scrivere. Anzi. E non è nemmeno il tempo che mi manca.
Il problema è che sono affetto dalla febbre di Facebook. E la mania del commento, della battuta, della “nota”, del “mi piace”, è una brutta bestia per un blogger. Perché si finisce con lo scrivere solo ed esclusivamente sulle pagine del social network, trascurando quelle del proprio diario di bordo.
Faccio penitenza per le lunghe assenze, quindi, e scrivo qualcosina sui temi caldi degli ultimi tempi.
1) Tremonti. Il superministro per l’Economia, sempre che non si offenda per l’affronto di aver accostato il termine “Tremonti” a quello “Economia”, rischia il posto. E si, proprio lui che ha tessuto l’elogio del “posto fisso” di fantozziana memoria. Qui lo si è detto in tempi non sospetti: Silvio, dimettilo. Ma le ultime uscite dell’unico, vero, delfino di Umberto Bossi pare abbiano convinto anche i recalcitranti berluscones della necessità di cambiare rotta. Non è detto che l’operazione vada in porto, ma almeno si può finalmente discutere di temi economici, come l’abbassamento delle imposte, le liberalizzazioni, il taglio della spesa pubblica.
2) Il ritorno del mito del posto fisso. Tremonti (ancora lui) ha detto un’ovvietà condita di moralismo sociologico. Il suo piatto forte, insomma. La realtà, come sa chiunque abbia studiato Economia (ancora lei), è che un mercato del lavoro rigido, in cui è difficile entrare e uscire, crea disoccupazione. L’abbiamo sperimentato per almeno 20 anni, in cui i disoccupati hanno raggiunto cifre vicine al 12%. La flessibilità, tanto criticata, aveva portato il dato al 6%. Si lavori, invece, sul lato del reinserimento e su quello del paracadute. Un ammortizzatore sociale unico, a tempo e slegato da sindacati e ricatti politici, sarebbe l’ideale. Perché il dramma non è perdere il lavoro (meno che mai il “posto”), semmai quello di non trovarne un altro in tempi brevi, senza godere di alcuna entrata.
3) L’ora di religione islamica. Premetto che ho iniziato ad apprezzare Gianfranco Fini proprio per le aperture sui cosiddetti temi etici e sulla gestione del fenomeno dell’immigrazione. Come sulla cittadinanza breve, necessaria soprattutto per i figli degli immigrati che vivono in Italia dalla nascita. Ma stavolta lui (o chi per lui) ha toppato in pieno. Già l’ora di religione cattolica è un obbrobrio di origine lateranense, e andrebbe abolita. Ma se estendessimo il principio a tutte le religioni, ci potrebbe perfino arrivare una richiesta di Tom Cruise per l’ora di Scientology. Che ognuno sia libero di professare ed imparare i dogmi della religione che preferisce, invece. Ma la scuola, soprattutto quella pubblica (fino a quando non ci si deciderà a privatizzarla), non può svolgere questo compito. Si abolisca anche l’ora di religione cattolica e se proprio si vuole fornire un’infarinatura uguale per tutti, si studi la storia, la genesi e la struttura di tutte le religioni presenti nel mondo.
4) Il caso Marrazzo. L’ex smascheratore di truffe, a quanto pare, è stato ricattato e truffato a sua volta, a causa delle sue frequentazioni sessuali con alcuni transessuali. Nulla di male né di scandaloso, secondo me, nel farsi gli affaracci propri. Mentre grande schifo provo nei confronti dei Carabinieri che lo hanno ripreso e ricattato, estorcendogli anche un bel gruzzoletto (si parla di 80.000 euro). Detto questo, che deve valere per tutti, non ci si può nascondere dietro il famigerato dito, né dietro ad altro. Verrà attuata la stessa campagna moralista avviata nei confronti del premier? Sentiremo ancora affermare che un “politico così importante non può avere una vita privata”? O che “un politico ricattabile per i suoi interessi privati si dovrebbe dimettere”? Arriveranno i giornalisti d’assalto a chiedere al loro collega se è vero che è andato a letto coi trans? Se li ha pagati? Quanto? E se poi è vero che ha ceduto ai Carabinieri che lo ricattavano, pagando l’estorsione? Insomma, chi la fa l’aspetti, si diceva una volta. Non mi auguro che Marrazzo finisca nel tritacarne del circuito stampa/magistratura, ma almeno spero che questo fatto ponga la pietra tombale sulle immani cavolate che siamo stati costretti a sentire per mesi e mesi sui pruriti di Berlusconi.
Frecciatine, battute al vetriolo, tifo da stadio, insulti e colpi bassi.
Il campionario delle “armi” utilizzate nelle discussioni, da diverso tempo a questa parte, è variegato e nutrito.
È sufficiente visitare uno qualsiasi dei forum di discussione aperti a migliaia sul web. Oppure si può fare un giretto nei più importanti social network della rete. O ancora, basta assistere a una conversazione tra amici, colleghi, familiari.
Perfino nella discussione più pacata, ad un certo punto i partecipanti vengono colti da quella che ho battezzato la “sindrome del ring”.
Si parte con una risposta in “stile D’Alema”, solitamente. Una battuta cattivella, tra l’acido, l’astioso ed il sarcastico. E si arriva in breve tempo al parlarsi addosso, tra urla e insulti, perdendo di vista, inevitabilmente, l’argomento con cui si era avviato il discorso.
A nulla servono gli interventi di chi prova a riportare la contesa su binari più civili. In preda ad un’esaltazione che ricorda molto da vicino la danza preparatoria Maori degli All Blacks Neozelandesi, i contendenti perdono il lume della ragione e si trasformano in partecipanti di “Uomini e Donne” (versione Zelig), in concorrenti dei reality show, in politici nelle arene televisive alla Ballarò/Annozero.
Un ragionamento a parte, meritano, a proposito, le discussioni che vertono sulla politica.
Salvo rarissimi casi (di solito quando due o più persone sono assolutamente concordi), la battaglia è ancora più cruenta. Destra contro sinistra, berlusconiani contro antiberlusconiani, garantisti contro giustizialisti, comunisti versus liberali. L’argomento, a quel punto, diventa un puro pretesto per dare sfogo alle proprie fissazioni e alla volontà di sopraffare colui che, in quel momento, viene visto come l’avversario. Che deve essere sconfitto, magari facendo sfoggio del campionario d’armi già citato in precedenza.
Discutere così, come si può facilmente intuire, è inutile.
Ed è un vero peccato, perché proprio dall’analisi, dall’approfondimento, dalla conoscenza delle idee, delle esperienze e della visione altrui delle cose, si potrebbe trarre giovamento per capire meglio la realtà in cui viviamo, senza preconcetti e preclusioni.
Soldati italiani a casa entro Natale. La richiesta stavolta non arriva dagli esponenti della sinistra estrema, antiamericana ed antioccidentale, pronti ad esultare se i talebani ed i loro compagnucci terroristi fondamentalisti islamici si imponessero nuovamente, sconfiggendo il Satana eurostatunitense.
Le parole sono di Umberto Bossi, leader della Lega Nord, principale alleato del PDL al governo del Paese. Un politico non nuovo a sparate populiste e demagogiche, sia chiaro. Ed è più che probabile che anche stavolta alla base delle dichiarazioni dell’Umberto ci sia la volontà di solleticare la pancia dell’elettorato potenzialmente leghista, da sempre contrario alle spese al di fuori dei confini padani.
Le missioni all’estero, in fondo, rientrano in questa categoria di esborsi pubblici. E
Insomma, alla demagogia comunistoide fa da contraltare il populismo padano. Fin qui niente di nuovo.
La realtà, però, potrebbe dare perfino ragione alla richiesta del leader celodurista.
Nonostante l’incremento dei contingenti richiesto ed avviato dal neo-presidente a stelle e strisce, “The Messia” Obama, la situazione in Aghanistan rimane preoccupante. I talebani e le cellule più attive dell’estremismo islamico hanno capito da tempo che la strategia del terrore paga. Le opinioni pubbliche occidentali non sono più abituate alla morte dei propri soldati e non accettano, in larga misura giustamente, che tale scempio avvenga. E lo stillicidio quasi quotidiano di attentati e assalti kamikaze, se non permette di vincere una guerra militarmente, consente almeno di passare in vantaggio in quella dei nervi. L’Occidente non è disposto a lottare per vincere la guerra contro il terrorismo e contro le dittature islamiche. Lo ha già dimostrato in passato e continua a farlo.
Per questo “vincere” in Aghanistan è praticamente impossibile. Per farlo, gli USA e gli alleati dovrebbero dispiegare una tale forza militare da annientare quasi completamente gli abitanti di quel martoriato Paese. Una follia, a ben pensarci. E infatti nessuno è così folle da proporlo.
Ma anche l’abbandono tout-court del territorio afgano sarebbe una sciagura, sia per gli abitanti locali, lasciati in balia di un regime ancora più incattivito dagli eventi, sia per la stessa sicurezza dei Paesi europei, per non parlare di Israele. L’obiettivo reale degli estremisti musulmani, infatti, è la vittoria contro gli infedeli, siano ebrei, cattolici, buddisti, agnostici o atei. E un abbandono del campo di guerra da parte degli eserciti alleati sarebbe visto in questa chiave.
Tra le due posizioni estreme, rimane l’attuale compromesso, utilizzato anche in Iraq e nelle missioni in Kosovo, Libano, Somalia. Ovvero, tentare di rafforzare un governo locale sostenendolo economicamente e militarmente, senza abbandonare completamente il campo. Talvolta ha funzionato, talvolta no.
Il teatro afgano rischia di non essere piegato alle esigenze di sicurezza del mondo civile, come la storia degli ultimi 35 anni di quel Paese dimostra. Per questo la soluzione-Bossi, in fondo, non è poi così peregrina. Purchè vi sia la consapevolezza che senza uno scenario di guerra in terre lontane, la strategia del terrore islamico potrebbe scatenarsi molto più vicino a noi.
Tira aria da assalto alla diligenza nel Popolo della Libertà.
La caccia all’uomo scatenata dall’editoriale al vetriolo di Vittorio Feltri sul suo Giornale, nei confronti del n.2 del PDL Gianfranco Fini, ha scoperchiato il vaso di Pandora dei problemi legati alla nascita e al non facile sviluppo del nuovo soggetto politico.
Un parto che sembrava indolore rischia così di portare alla morte del neonato, se i genitori non si metteranno d’accordo sulla sua “alimentazione”.
Berlusconi e Fini hanno ormai agende e obiettivi differenti.
Il primo è costretto sulla difensiva da una campagna di stampa feroce e senza esclusione di colpi bassi, ma non può perdere di vista il lavoro del Governo, che deve portare a casa risultati concreti e tangibili.
Il secondo, dando per buoni i rumors giornalistici, punterebbe alla Presidenza della Repubblica oppure alla sostituzione del leader, a stretto giro di posta.
Due strade impervie, il cui bivio non tarderà comunque ad arrivare.
Certo è che Vittorio Feltri non sbaglia quando chiede a Fini un passo indietro per non danneggiare ulteriormente l’esecutivo in un momento tanto delicato.
Se il suo obiettivo è quello di salire al Quirinale, d’altronde, non può prescindere dall’appoggio berlusconiano. Se invece vuole prendere lo scettro di Re Silvio, non può farlo con un regicidio, sempre che ne abbia i mezzi, perché l’elettorato pidiellino non glielo perdonerebbe.
Il neo direttore del Giornale, quindi, non ha torto.
Ma il Presidente della Camera ha ragione, a sua volta, quando chiede chiarezza sul funzionamento del PDL, così come quando auspica che gli eletti del partito siano consapevoli che la base è senza dubbio più vicina alle posizioni laiche e liberali che a quelle del Vaticano o della Lega, sia sui temi cosiddetti etici che su quelli economici.
E Fini fa benissimo a ricordarlo pubblicamente.
Il PDL non è un blocco monolitico schiacciato sulle posizioni del suo fondatore e leader assoluto. Anche perché ultimamente tali posizioni risultano poco chiare e talvolta non in linea col sentire degli elettori del centrodestra.
Non ci si può esimere, insomma, dal sottolinearne le incongruenze e le mancanze, nonostante si rischi di essere additati come traditori, destino toccato in sorte proprio a Fini, che sarà sommerso dai fischi giovedì a Gubbio, alla convention formativa del nuovo partito.
Non è certo lui ad essere scivolato verso posizioni “de sinistra”. E se ormai l’ex leader di AN, odiatissimo dai suoi ex compagni-camerati, appare l’unico laico-liberale di questo centrodestra, il problema è del centrodestra, non suo.
Qualche sera fa ho avuto modo di guardare il film "Katyn", in programmazione su Sky.
Si tratta della ricostruzione cinematografica della strage di 12.000 ufficiali dell'esercito polacco, all'inizio della Seconda Guerra Mondiale.
Nulla di particolarmente scandaloso, dal punto di vista storico e politico. Si accendono semplicemente i riflettori su una bugia spacciata per verità: ovvero che il massacro fosse stato compiuto dai nazisti nel 1941. In realtà, come ben sanno gli stessi polacchi e come ormai è risaputo a livello accademico, l'eccidio (apparentemente immotivato e decisamente efferato) fu realizzato dai comunisti sovietici nell'Aprile del 1940.
Proprio l'analisi delle date e delle prove documentali ha permesso di ricostruire la vicenda. Una storia, oltretutto, non "nuova" nell'ambito dell'orrore dell'ultimo conflitto planetario.
Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che stragi, stermini, campi di prigionia, torture, caratterizzarono tutti i regimi dell'epoca, raggiungendo l'apice in quello Nazional-Socialista di Hitler ed in quello del Socialismo Reale di Lenin e Stalin.
Anzi, è ormai arcinoto che i due totalitarismi furono alleati per qualche tempo, in virtù del Patto Ribbentrop-Molotov del 1939 sulla spartizione della Polonia.
Proprio da qui, sostanzialmente, ha origine la strage della foresta di Katyn, dove i sovietici trucidarono 12.000 prigionieri polacchi con un colpo di pistola alla nuca, nascondendone i corpi in un'enorme fossa comune.
Una goccia nel mare dei delitti delle dittature del XX secolo, che hanno causato la morte per omicidio, strage, carestia programmata, prigionia o torture, di oltre 100 milioni di persone.
Per questo non riesco a capire le polemiche che hanno accompagnato la proiezione del film nelle sale di tutto il mondo. Anche in Italia ci furono proteste e tentativi di impedire che la pellicola arrivasse al cinema.
Tutto ciò è una vergogna, perchè testimonia il fatto che una discreta percentuale di italiani continua ad avere il prosciutto sugli occhi e crede ancora alla favoletta dei comunisti buoni e liberatori.
Una follia ben descritta da Giampaolo Pansa nei suoi libri. Ma anche l'esperienza quotidiana e personale porta alla medesima conclusione. Ovvero che certe persone non cambieranno mai.
Passi per gli elettori dei partiti che portano ancora la falce e il martello nel proprio simbolo (e che in Italia rappresentano comunque un 5-6% della popolazione), ma anche tantissimi esponenti della sinistra moderata, oggi PD e IDV, continuano a nutrire simpatie comuniste, magari inconsciamente, ma molto concretamente.
E questo livello inconscio salta fuori quando si parla di storia o di Unione Sovietica. Soprattutto chi fece parte del PCI non riesce ad ammettere gli errori del passato e, spesso e volentieri, difende a spada tratta il regime bolscevico e le sue scelte, oltre naturalmente a perpetuare la propria fede in un sistema politico, sociale ed economico fallimentare.
Con ciò non voglio dire che tutti coloro che oggi votano per i partiti del centrosinistra siano "comunisti" o ragionino in quel modo. Ma affermo con assoluta certezza che una fetta ancora troppo grande di nostri connazionali persevera nell'errore.
Errore nel quale ricadono, con numeri assoluti forse meno ampi, gli omologhi della destra dello schieramento politico.
Basta fare un salto su internet, nei siti o nei blog neofascisti o della cosiddetta destra sociale, per ritrovarvi le parole d'ordine, le manie, le analisi storico-politiche dei reduci del Ventennio.
Ed anche nei social network, su Facebook in particolare, si scorgono i segnali dello smarrimento culturale di una parte (sicuramente la più nostalgica) dell'ex Alleanza Nazionale, a causa dell'annacquamento dei valori di "quella" destra nel calderone del PDL.
Tra "a noi" e "w il duce" molti elettori dell'ex partito di Fini stanno pericolosamente sbandando.
Un'altra prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che chi ragiona in quel modo non cambierà mai veramente.
L’esperienza diretta, si sa, vale più di 1000 racconti. Spesso, poi, ciò che viene vissuto da una o più persone subisce un trattamento da “gioco del telefono”. Ricordate quel passatempo da gruppi scout o gite organizzate, nel quale una frase veniva sussurrata all’orecchio del proprio vicino ed immancabilmente, alla fine del cerchio, l’ultima persona riportava qualcosa di completamente diverso dal pensiero originale?
Ecco, il gioco del telefono funziona benissimo anche nella formazione dei miti e delle leggende più o meno metropolitane. Anzi, pare si adatti alla grande perfino alle leggende vacanziere.
Una vulgata molto comune, ad esempio, racconta di una Costa Smeralda “riservata” ai vip, veline e calciatori, attori e soubrette, imprenditori e boiardi di Stato. Una zona off-limits per noi “comuni mortali”.
Spiagge totalmente private, ambiente esclusivo, paparazzi ovunque, gestori di hotel, locali, ristoranti tutti rigorosamente non sardi e decisamente snob nei confronti del visitatore non famoso, prezzi esorbitanti ovunque, dal bar al ristorante al market. Chi non ha mai udito queste considerazioni alzi la mano.
La realtà, come al solito, è molto differente e variegata.
Sono stato da quelle parti tra il 3 ed il 6 Agosto (non era la prima volta), ed ho potuto valutare di persona che la situazione, per il turista medio, per colui che non dispone di budget faraonici e di copertine su Novella 3000, non è poi così drammatica.
Ci sono alberghi a 5 stelle lusso, con suites megagalattiche da decine di migliaia di euro a notte. Vero.
Però ci sono anche bed&breakfast, agriturismi e affittacamere più che dignitosi da 40 euro al giorno per persona, ad Agosto. E residences ed alberghi 3 o 4 stelle accessibili per le tasche dell’italiano (e dell’europeo) medio.
Esistono calette private (come dappertutto), ma quasi tutto il litorale è fruibile, perfino gratuitamente. Ovvero, la famigliola che arriva in spiaggia col proprio ombrellone può sistemarsi, se trova posto, in qualunque punto della battigia.
Molti locali sono gestiti da coloro che noi sardi chiamiamo i “continentali”. Ma nessun abitante della Sardegna ritiene di essere razzista se sottolinea questo fatto con malcelata invidia e con enorme fastidio. I razzisti, si sa, sono solo gli abitanti del Nord Italia, quelli che poi si innamorano a tal punto dell’Isola più centrale del Mediterraneo da comprarci casa, aprirci ristoranti o alberghi, trasferirsi per gli anni della pensione.
La scortesia e lo snobismo sono davvero leggende. E comunque, non si discostano dalla maleducazione di molti esercenti e commercianti locali. Che rimangono in ogni caso la maggioranza assoluta anche nell’area nord-orientale dell’Isola.
E i prezzi dei beni di consumo quotidiano? Assolutamente in linea con il resto della Sardegna. Certo, se si sceglie di acquistare pane, latte o pasta nei minimarket dei villaggi turistici o delle esclusive piazzette di Porto Cervo, Poltu Quatu o Liscia di Vacca, si può andare incontro a sgradite sorprese. Ma siccome nessuno obbliga il turista o il residente a fare compere proprio in quei negozi, resta un’ampia scelta di piccole e medie strutture di vendita, affiliate o meno alle più note catene di supermercati, con prezzi identici alle altre aree dell’Isola.
Insomma, per farla breve, la risposta alla domanda “la Costa Smeralda è ancora una meta appetibile del turismo di massa?”, è un netto e deciso “SI”.
Chi sostiene il contrario, mente sapendo di mentire. E lo fa, di solito, per una duplice serie di motivi.
Innanzitutto, per partigianeria politica. La zona più ricca e stabilmente benestante della Regione sarda, infatti, provoca invidie spontanee e abbondanti, immediatamente fatte proprie da coloro che, per forma mentis e ideologia, non amano (per usare un eufemismo) la ricchezza.
Nello specifico, la Sardegna ha avuto una intera Giunta regionale che per 5 anni ha denigrato, con costanza degna di ben altri obiettivi, il “sistema Costa Smeralda”. Là, dicevano, ci sono i continentali ricchi, che vivono in luoghi “finti”, senza rispettare la Sardegna e i suoi abitanti. Lo sviluppo turistico, di conseguenza, doveva andare in direzione opposta. Tutto era studiato e propagandato in contrapposizione alla zona Nord-orientale della Gallura.
La seconda motivazione della viscerale contrarietà a tutto ciò che riguarda questa piccola, ma fondamentale area economica isolana, riguarda invece un mal riposto spirito di rivalsa nei confronti dei già citati “continentali”. Questo sentimento, nutrito di luoghi comuni razzisti, si fonda soprattutto sul complesso di inferiorità, mascherato dalla “balentia”, particolarmente radicato nelle aree dell’interno, dal Nuorese all’Ogliastra, dalla Barbagia al Logudoro, dalla Marmilla al Guspinese.
Una sorta di mitologica rivalsa sarda nei confronti degli invasori – tipicamente lombardi o comunque nordici – che nulla ha a che fare con la storia della terra dei nuraghi, dominata da tutt’altre popolazioni ed abituata a piangere miseria e a chiedere aiuti e prebende al dominatore di turno.
Una piccola “enclave” ricca, prospera, bella, curata, nella quale convivono lingue, dialetti e storie differenti, dà fastidio perché rappresenta la riuscita di un modello di sviluppo lontano dalle “pianificazioni” della politica, di destra e di sinistra. Rappresenta, in fondo, la prova che lasciare fare agli imprenditori, senza troppi vincoli e senza programmi imposti dall’alto, funziona. E bene.
Talmente bene che, nonostante le calunnie, capaci di ridurre comunque l’appeal di quel sistema turistico, la Costa rimane la prima porta della Sardegna. Quasi tutti coloro che arrivano nell’Isola per la prima volta, sbarcano all’Aeroporto o al Porto di Olbia (con la lodevole eccezione di Alghero, altra prova evidente di successo del mercato, con le compagnie aeree low-cost assolute protagoniste).
Tantissimi di costoro si innamorano della Sardegna anche grazie a questo primo impatto e poi desiderano approfondirne la conoscenza, visitando il resto del territorio, bello e attraente in misura non certo inferiore, ma senza dubbio meno noto e meno propenso all’accoglienza.
Ecco perché una politica turistica intelligente dovrebbe preservare il suo punto forte – la Costa Smeralda – nella consapevolezza che da lì, in larga misura, arriveranno milioni di turisti anche per le altre zone dell’Isola.
La conclusione, quindi, non può che essere un appello, ai politici e ai residenti sardi, innanzitutto, affinchè abbandonino i luoghi comuni che li affliggono, riprendendo a promuovere con forza e convinzione il gioiello del proprio turismo. E ai turisti, italiani e stranieri, affinchè scelgano ancora la Sardegna come meta delle proprie vacanze, estive e non. Ovunque sceglierete di arrivare e soggiornare, perfino nella vituperata Costa Smeralda, troverete quello che cercate a costi accessibili: un mare inimitabile, una cucina squisita e varia, un’accoglienza professionale ed un’ampia scelta anche in termini di pernottamento.
Per voi, sarà un piacere conoscere o scoprire meglio una terra ricca di fascino.
Per noi, sarà la conferma che senza turismo non avremo alcun futuro.
In un Paese nel quale la pressione fiscale ufficiale è oltre il 43%, la spesa pubblica supera il 50% del PIL e il reddito effettivamente prodotto dai residenti viene fagocitato per almeno il 70% dalla macchina statale, la priorità delle priorità è la drastica riduzione delle tasse.
Si dirà: caro Rossini, non aggiungi niente di nuovo a quanto hai già detto e a quanto si sostiene da diverso tempo nell'emisfero destro della politica italiana.
Vero, in larga misura. Ma ciò che sono certo stia cambiando è l'atteggiamento della cosiddetta "società civile". Emerge chiaramente dalle lettere sempre più numerose e insistenti inviate dai lettori di Libero e Giornale (la base del centrodestra, maggioranza nel Paese) ai rispettivi direttori e pubblicate quotidianamente nello spazio riservato, così come dai discorsi con piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e giovani alle prese con il pagamento delle più svariate imposte che la politica si è inventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo.
E così, oltre ai famigerati neoliberisti alla maniera di Antonio Martino, Benedetto Della Vedova, Oscar Giannino, Alberto Mingardi, Leonardo Facco, quotidianamente impegnati nel titanico tentativo di ricordare ai governanti quello che dovrebbe essere il loro primo pensiero, scopriamo che esistono tantissime persone che, per esperienza personale, professionale e/o intellettuale, sono convinti dell'assoluta necessità di tagliare drasticamente il prelievo fiscale del sistema pubblico sui cittadini (leggasi sudditi).
Quasi tutti gli interventi, scritti e orali, a cui ho potuto assistere, chiedono la stessa cosa: caro Berlusconi, ricordati che ti abbiamo votato soprattutto per quello. Ricordi il "meno tasse per tutti"? Ricordi quando dicevi che una tassazione sopra il 33% è iniqua? Rammenti le tue promesse?
Ecco, ora sei al governo con una maggioranza schiacciante, non hai alleati riottosi, ergo non hai scuse.
Anche perchè la crisi, con i suoi annessi e connessi (riduzione del PIL e conseguente calo delle entrate fiscali) è un'opportunità unica per avviare una seria riforma fiscale. Aliquote basse e possibilmente numericamente scarse (una, due al massimo). Chiarezza e semplicità di utilizzo. Se imposizione ci deve essere, che sia trasparente e di immediata comprensione.
D'altronde, come insegnano gli economisti della scuola austriaca, mai smentiti da nessun'altra teoria economica successiva, ogni risorsa sottratta ai legittimi proprietari (leggasi ogni euro estorto a chi lo produce per finanziare il settore pubblico) è una risorsa sprecata, perchè utilizzata in maniera inefficiente.
Ogni euro rimasto nelle tasche di operai, impiegati, commercianti, imprenditori, insomma, creerà economia in misura decisamente superiore ad un euro utilizzato per sostenere la baracca dello Stato. Le cui scelte, è bene ricordarlo, non hanno alcun legame con quel sistema chiamato mercato, in cui ognuno è spinto dal proprio interesse a spendere, risparmiare, investire, nel modo migliore per se stesso. Le scelte politiche, invece, seguono altre strade, chiamate assistenzialismo, corruzione, paternalismo, clientelismo. Tutte strade economicamente inefficienti.
Oltre che inefficienti, però, le tasse e le imposte sono anche ingiuste. E se si può sopportare un'ingiustizia di piccole dimensioni, non si può dire altrettanto per il furto legalizzato pari ad almeno il 70% del reddito da parte di Stato-Regioni-Province-Comuni-burocrazievarie.
La pazienza, forse, è veramente giunta al limite. E se chi lavora nel settore pubblico iperprotetto non se ne rende nemmeno conto, tutti gli altri lo stanno capendo sulla propria pelle.